HANDICAP
E CHIESA
Giovanni Cecchetto
(relazione tenuta al Convegno di
Rimini il 20 aprile 2002)
Provengo da Vicenza, sono prete diocesano e vivo in carrozzina da trent’anni in seguito ad incidente stradale. E proprio per questo mio duplice ruolo, di prete e di
disabile, mi è stato chiesto di trattare l’aspetto “Handicap e Chiesa”.
Devo innanzitutto dire che a livello di documenti ufficiali e di enunciazioni di principio a favore delle persone colpite
dall’handicap, come Chiesa, siamo molto bravi, ma a livello concreto moto meno.
Tanto è vero che, nel 1998, i Vescovi italiani hanno dovuto scrivere: “Per
consentire agli handicappati fisici e atte loro famiglie di vivere insieme con la toro comunità è necessario togliere le barriere
architettoniche che ostacolano il loro accesso alla chiesa, alle opere
parrocchiali e all’ufficio parrocchiale”.
Come mai c’è questa dicotomia tra “teoria” e “pratica”?
Il mensile “Jesus” dei paolini
cosi risponde alla lettera di una lettrice che lamenta l’impossibilità di accedere alla chiesa parrocchiale: “Le leggi ci sono, la
sensibilità della comunità ecclesiale anche e tuttavia la realtà è quella
denunciata dalla nostra lettrice. Forse perché anche la
migliore legislazione rimane lettera morta se non è percepita dalla coscienza
personale dei cittadini e dalla coscienza collettiva della comunità”.
E’ proprio questo il problema: non bastano le leggi, non basta una
generica sensibilità da parte della comunità ecclesiale, è necessario recepire in modo nuovo le istanze che vengono dalla
legislazione e prima ancora dalle stesse persone disabili. In altre parole le comunità cristiane devono fare una vera e propria
conversione o metanoia ( cambiamento di mentalità)
In verità, parlando ora della mia realtà diocesana
vicentina, molte comunità stanno percorrendo questa strada di
conversione e i frutti si vedono, ma molte altre, preti compresi, sono ancora
legate ad una “vecchia” mentalità.
Così, nel giugno del 2000, scrivevo sul settimanale diocesano,
rivolgendomi ai presbiteri miei confratelli: “A volte sento da loro (famiglie
che vivono situazioni di handicap) cose che mi fanno star male e anche
vergognare, perché alcune loro sofferenze ed emarginazioni avvengono proprio da
parte delle comunità dei discepoli di Gesù. Credo che una pane di colpa
ce l’abbiamo anche noi preti, perché abbiamo predicato ed insegnato la
compassione, la misericordia, l’aiuto verso ì deboli, i poveri, gli
handicappati, chiamandoli ‘prediletti di Dio’,
‘parafulmini della società’, ‘meritevoli di premio
eterno più di tutti’ , ma non abbiamo affermato e
difeso i loro diritti di partecipazione e di presenza attiva, al pari di tutti,
in tutti i momenti di vita delle comunità cristiane”.
C’è una certa mentalità assistenzialistico-caritatevole
che fa fatica a scomparire. Sempre sullo stesso settimanale
diocesano, qualche tempo prima, avevo fatto pubblicare le sofferte
lamentele di una persona disabile: “Fino a non molto tempo fu la Chiesa della
mia parrocchia non era accessibile; ora, finalmente, percorrendo una rampa si
può entrare in Chiesa da una delle porte laterali. Chi sale la rampa, però, si
trova davanti ad una porta chiusa a chiave. Ad una mia rimostranza, il parroco
mi ha risposto che non può lasciare sempre aperta quella porta (non ho ben
capito per quali motivi), ma non c’è problema.. quando
vieni a Messa — mi ha detto — manda qualcuno in sacrestia e la porta ti verrà
subito aperta. Semplice, no? Ma perché non posso, come
fanno tutti, entrare in Chiesa quando voglio, senza disturbare nessuno? Perché anche la Chiesa deve farmi sentire diversa? E perché
non posso accedere, come tutti, agli ambenti delle
opere parrocchiali appena ristrutturati? Certo, se chiedo, trovo qualche anima
buona che volentieri mi aiuta, ma non è questo il problema”.
E non è che anche in campo diocesano non si sia
parlato chiaro.
Nel Sinodo Diocesano di Vicenza, pubblicato nel 1987, c’è una “norma” (lo
stesso Sinodo definisce le Norme “impegni obbligatori per tutti e senza rimandi
di tempo”) la n° 27, che afferma: “Le parrocchie e gli istituti religiosi
adeguino al più presto le loro strutture alle normative atte ad eliminare le
barriere architettoniche, nel rispetto del valore artistico degli edifici”.
Ma 11 anni dopo, presentando il Piano pastorale
diocesano il Vescovo ha sentito il bisogno di indicare, tra le proposte di
“conversione personale e comunitaria”, anche quella concernente “l’eliminazione
delle barriere architettoniche”.
C’è poi una certa diffusa ignoranza per quanto riguarda l’insieme delle
barriere architettoniche: molte volte si pensa che, superati i gradini, tutto
sia a posto, mentre invece sono barriere anche porte a due battenti di cui uno
è sempre chiuso, porte troppo difficili da aprire o da
tenere aperte, tappeti non inseriti sulla soglia della porta, servizi igienici
non accessibili...
Una barriera che normalmente non viene presa in
considerazione è quella costituita da presbiterio delle Chiese, che è sempre
sopraelevato rispetto al resto dell’edificio e raggiungibile superando due, tre
o più gradini. Tale barriera costituisce un ostacolo sia per il disabile che volesse recarsi all’ambone per fare letture o preghiere sia
per il prete disabile che deve accedere all’altare per la celebrazione delta
Messa. Il prete. poi, trova molto spesso un altro
ostacolo: l’altare tutto chiuso, compatto, con l’impossibilità, perciò, di
accostarsi ad esso per una conveniente celebrazione. Abbiamo perciò chiesto che
nella costruzione di nuove Chiese e nella ristrutturazione delle altre si tenga ben presente anche questo problema. -
Mi piace, in conclusione, allegare la lettera pubblicata da D.M. (n°
142/2001)
(Giovanni Cecchetto — Via Riviera Berica 22—39100 Vicenza 0444-547413)
Dio è padre di tutti!
Ho letto con vivo interesse l’articolo curato da Alberto Arenghi in DM
141 (Il valore dell’accessibilità, pp. 25- 26) apprendendo con profondo dolore
con quanta facilità le cosiddette belle arti possano
impedire ai fedeli disabili — sia residenti che turisti-, l’ingresso in Chiesa
in quel caso a Castrezzato (Brescia).
Del tutto contrario a tali atteggiamenti di esclusione
sociale, vorrei portare a conoscenza dei lettori di DM la seguente lettera del
sottoscritto, che grazie alla sensibilità di Monsignor Mario Oliveti, vescovo
della diocesi di Albenga-lmperia, e delle autorità
comunali, ha contribuito all’abbattimento delle barriere presenti nelle chiese
della città, con grande soddisfazione di tutti:
‘Dio è padre di tutti? E’ semplicemente questa la
domanda che sorge spontanea dal cuore di chi, volendo entrare in Chiesa con la
sua carrozzina, si trova costretto a valersi dell’aiuto di due o più persone,
data la presenza di eleganti scalinate, ritenuto di
eminente valore artistico’ e perciò impossibili da
rimuovere o da dotare di idonei sistemi elettronici atti a farle percorrere da
chi non possa camminare (disabili, anziani ecc.). Mentre in alcune località
della nostra bella Italia si sta provvedendo a
risolvere questi problemi, in troppi altri casi questa necessità di sostegno
morale viene subordinata all’impatto visivo che la presenza del montascale potrebbe avere agli occhi del locale Assessorato
alle Belle Arti. Al riguardo, mi si permetta di dire questo: favorire
l’integrazione sociale delle persone disabili non vuoi dire solo permettere
loro di entrare in bar, cinema, ristoranti o discoteche, per trovarvi il giusto
diversivo ad una vita di duri sacrifici e rinunce, ma anche nei luoghi di
culto, per trovare la forza per portare avanti, ogni giorno, la corsa sulle
strade della vita.
Agli organi competenti nell’ambito dello stato e soprattutto della
gerarchia ecclesiastica, un solo cordiale invito giunga dal nostro cuore: la
Chiesa è anche nostra, fateci entrare e potremo finalmente dire che, come da
sempre crediamo, Dio è padre di tutti!
Spero in conclusione che anche una lettera come questa — che è stata
letta e ascoltata da chi di dovere — possa dar modo al parroco di Castrezzato di contrastare evidente sopruso di cui, a mio avviso, è stato fatto oggetto dalle Belle Arti
del suo territorio.
Cario Macciò
Albenga (Savona)
(relazione tenuta al Convegno di Rimini il 20 aprile 2002)
N.B: il Convegno di Rimini è
stato organizzato dai nostri amici riminesi
dell’Associazione COABA sul tema “Costruire l’autonomia”.
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